Sulpicia Cassoli Vaghi (1501 - 1558)
E' la prima poetessa parmigiana di cui abbiamo reperito alcuni testi, contenuti nel manoscritto Parm. 1198 della Biblioteca Palatina di Parma e riportati da Anna Ceruti Burgio nel suo prezioso volume Donne e poesia a Parma.
Discolto hai, cruda Morte
un nodo maritale, il più soave
che nel girar del ciel Febo scorgesse.
Levando 'l mio consorte
di questa sempre perigliosa nave,
ond' or l' anima pave,
quasi fuori di sé, come volesse
dir: Morte allor m' elesse
ricetto di travagli, affanni e pene,
pace, riposo e meco guerra viene.
Ma quel che tu non vuoi, Amore il vuole,
e a tuo malgrado in ciel vedrò il mio sole.
.
Fuggi, fuggi, alma mia, fuggi lo strazio
e l' iniqua prigion, dove sei posta.
Deh, fuggi del tuo mal sì ben disposta
che resti il tuo Fattor mai sempre sazio.
Fuggi, fuggi, mentre hai il modo e spazio
da prender l' armi, e mentre sei discosta
dai pensier amorosi, a cui non osta
virtù, né forza, sicchè 'l ciel ringrazio.
Deh, fuggi 'l nodo, ove alcun si lega,
non pensa mai ritrarsi a salvamento
che questa fune più stringe e rilega.
Anzi, se presto curi esser felice,
levati dal mio caro tradimento,
che soggiorno qua giù più non ti lice.
Giacomo (o Jacopo) Marmitta (1504 - 1561)
Dedito in gioventù alle "amorose follie" - così riporta Ireneo Affò - viaggiò molto (Venzia, Roma, la Spagna) prima di abbracciare la vita ecclesiastica. divennedo Segretario del Cardinale Ricci da Montepulciano; fu amico di San Filippo Neri, tra le cui braccia morì.


Stassi gravato da la carne, ed anco
dal soave licor ond'egli è pieno
su l'asinello il buon vecchio Sileno,
sostenuto dal destro lato e manco;
chi col braccio il solleva, chi col fianco
gli fa collana, e chi verso il terreno
si piega pur qual uom che venga meno:
tal che ciascun del grave peso è stanco.
Dal viso esce una fiamma, e sonnacchiosi
ha gli occhi sì, ch'a pena gli apre e gira,
di bei racemi 'l crin cinto ed adorno.
Quivi a lui stanno satiri festosi,
e ninfe in cui 'l furor di Bacco spira,
e lascivetti Amor' corona intorno.
Segue un sonetto dedicato al poeta modenese Francesco Maria Molza:
Molza, i' so ben che l'umil voce mia
non s'ode là, dove tu trovi il passo,
fuor di quest' aer tenebroso e basso
per alta, chiara e solitaria via.
Ma 'l cor, che d'onorarti arde e desia,
mi sprona al corso, ond'io rimango lasso,
tenendo, qual vil piombo, legno o sasso
chi la gran somma dei tuoi versi obblia.
Come potrei mostrar quel caldo affetto,
che verso te divien sempre maggiore,
se non col pover mio rozzo intelletto ?
O de la nostra età gioia ed onore
risguarda dunque (io so che alcun mio detto
non vale) al gran desio, ch'infiamma il core.
Gian Girolamo De' Rossi (1505 - 1564)
Figlio secondogenito di Troilo Rossi, Marchese di San Secondo, studiò a Bologna e Padova, conoscendo Piero Bembo che ne ammirò le capacità letterarie; scelse la vita di chiesa e fu Vescovo di Pavia. Per il suo carattere focoso e violento arrivò ad essere incarcerato a Roma in Castel Sant'Angelo.
O felice ombra, che d'intorno aggiri
questa sì gloriosa e nobil tomba,
ascolta or questa, or quell'altera tromba
le lodi alzar de gli alti tuoi desiri.
Odi chiamar con mille bei sospiri
il nome tuo che sì chiaro rimbomba,
e quella pura e candida colomba,
per cui vivesti in sì dolci martiri.
Graditi colli, avventurosa riva,
lauro gentile, e voi ben nate piante,
ch' udiste il suon di quei soavi accenti;
prima saran questi duo lumi spenti,
ch'io non vi onori come cose sante,
e di voi sempre pensi e parli e scriva.
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Signor, che tempri, e reggi l' universo,
e vedi aperto ciò che altrui si serra,
dopo sì lunga e perigliosa guerra,
ne la qual fui solo a me stesso avverso;
ricorro a te di lagrime cosperso
con le man giunte, e le ginocchia a terra,
chiedendo pur, com' uom che sovente erra,
mercede in quel che fui da te diverso.
In te solo ho speranza, che ogni offesa
perdoni a l' alma,che al disìo fallace
ubbidì allor, che dovea far contesa.
Fa vera in me tu redentor verace
la tua parola di pietate accesa,
che morte no, ma conversion ti piace.
Anton Francesco Rainieri
Segretario del Duca Pier Luigi Farnese, lasciò una raccolta di rime da cui è tratto questo sonetto ispirata da una visita alla dimora parmigiana del Petrarca
Lungo a l' ondoso Taro, onde ne l' oro
spiega i celesti Gigli il mio gran Duce,
Amor m' addusse al nido, ove riluce
la tosca Alma degnissima d' alloro;
l' Alma a noi scesa dal più dolce coro
qui degno d' abitare. Ecco la luce,
che di sé stesso m' empio, e che m' induce
là 'v io nei bei desiri arsa l' onoro.
Petrarca, il vanto a voi dan le Sirene,
a voi cedon le Muse, a voi le cime
piegano i lauri, a voi l' ergon i mirti.
Qui dove già suonar s' udian le rime
vostre, vengon con l' aure ognor serene
ad onorarvi gli onorati Spirti.
Girolamo Pallantieri ( Nato a Castelbolognese 1510-1591)
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Teologo e letterato di notevole fama, fu amico di molti illustri coetanei tra cui il Duca Ferrante Gonzaga di Mantova, cui dedicò la sua traduzione delle "Bucoliche" di Virgilio. Fece parte dell' "Accademia degli Innominati" di Parma col nome di "Solingo Confuso".
A Pane - Antico Dio dell' Arcadia
Silvestre Dio, che de le Gregge, e insieme
de' lor maestri in prato hai cura, e in bosco:
or, ch' a condur dal Latin suolo, al Tosco
quante altrui capre ha il cor Palantio, e teme;
Deh ! se del suo pensier ti preme,
in sì torto sentier, spinoso, e fosco,
scorgigli il piè, rispondi a la sua speme.
Che s' egli, o Pan, del malagevol preso
cammin, l' irto drappel cantando al suono
de le sue Canne, al fin può trarre illeso;
promette inchino a te con umil core,
di darlo a gloria tua, poi lieto in dono
de i più gentili al più gentil Pastore.
A Muzio Manfredi - il cui nome pastorale è Edreo
Scorto da bel desio, la Greggia altiera
del pastor d' Ocno, a l' alme onde Toscane
dal Tebro, io trassi già per vie sì strane
ch' a pena, stanco, al fin ne giunsi a sera.
Ma perché tosto non languisca, o pera,
di darla a un gran Pastor promisi a Pane:
e 'l fier destin le mie luci lontane
poi tenne ognor de la selvaggia schiera;
a te la mando, Edreo, ch' al Savio in riva,
tuo patrio fiume, illustri in versi ornati
le Reggie, le Città, le Ville, e i Boschi.
Or tu, mentr' io solingo i giorni foschi
varco del patrio suol tra i vespri ingrati
Lei dona a chi del don più degno or viva.
Luigi Borra (1517 - 1545)
Da la più degna idea, col più perfetto
interno, acceso già paterno zelo,
vuolse formar 'l gran Rettor del cielo
a l'alma altiera vostra alto ricetto.
Maggior di questo, a quel sacro 'ntelletto
altro non diè, né men puoteva, un velo
render, né ai servi del Pastor di Delo
impresa tal o così dolce oggetto.
A la creata poi opra sì bella
rivolse gli occhi e' n un desir ardente:
(Amor ver de l' artefice ne l' arte)
- Godi, nuova - gridò - Ciprigna stella,
orta più vaga 'n più pudica mente,
nato è per te più glorioso amante. -
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Una fiamma ch' eccede ogni gran fiamma
(anchor che fiamma non infiammi fiamma)
con le sue fiamme 'nfiamma ogn' altra fiamma
che sia 'nfiammata e ne la fa sua fiamma.
Io che 'nfiammato mi pascea di fiamma,
(com' huom tenuto a l' amorosa fiamma)
tosto 'nfiammato fui da questa fiamma
né mi voglio 'nfiammar di nuova fiamma.
Fiamma, 'nflammata de la vera fiamma,
infiamma anchor con la pietosa fiamma
la fiamma tua da la mia ardente fiamma,
che 'nflammata non fia mai altra fiamma
come la fiamma mia de la tua fiamma
e 'nflammato sarò d' istessa fiamma.
Antonio Lalatta (m. 1576)
Pensier, che sol di te m' ingombri il petto,
e vuoi, ch' io segua pur chi m' arde e sface,
e perch' io mai non trovi o tregua, o pace,
circondi a la mia lingua un nodo stretto,
vattene, prego, a quel leggiadro aspetto,
in cui natura, ed arte si compiace,
e dì, che chi in amando teme, e tace,
dar non puote d' amor segno più schietto.
Ma se pur brama ancor più chiara prova
de la mia pura inviolabil fede,
miri fiso il mio cor tra le sue chiome.
Conforta il miser, prega lei, che mova
a farmi di sua grazia in parte erede,
sì ch'io non chiami invan l' amato nome.
Lodovico Cavano
Si loquor obscure, confestim culpa parata,
me nescire animi pandere sensa ferunt.
Sin mea conatur dilucida Musa videri,
de minimis rebus surgere possa negant.
Quid faciam ignoro, magnis praemor undique curis.
Difficiles alii sint: ego clarus ero.
Girolamo Bernardi
Non abbiamo alcuna notizia su di lui, se non che era parmigiano e che scrisse l' ode a gloria della famiglia Farnese, di cui presentiamo qualche stralcio, nel 1562.
Fucina di Pindo per li colossi de' Serenissimi Alessandro e Ranuccio Farnese
De l' alto Pindo a le radici siede
caverna nobilissima, e divina,
che d' Omero, e Maron, sel vero ha fede,
efra già splendidissima fucina,
mentre in carmi da lor si componea
il Colosso d' Achille, e quel d' Enea
...
E ch' egli esser dovesse il più bel Giglio
de gran Gigli Farnesi, all' or mostrollo
ch' aquila ria tentò col fiero artiglio
svellere de' suoi Gigli ogni rampollo,
et empia uno n' havea già lacerato
quando a soccorrer quei l' elesse il fato.
Ne la dolce stagion più verde, e bella,
quando i Gigli succedono a le Rose,
longe posava d' ogni fida ancella
assiso al rezzo delle fronde ombrose;
ed ecco vede da feroci artigli
laceri e scossi da gran rostro i Gigli:
lucidamente fosca due grand' ali
dispiegava, anzi due pennute vele,
reina dei volatili animali
l' Aquila superbissima, e crudele
arcato havea de grandi artigli il tronco,
e' l rostro rapacissimo d' adonco.
Vibrava fuori dal gran rostro aperto,
acuta, e sottilissima linguetta
ch' el frettoloso vibramento incerto
simil rendeva a triplice saetta;
e parve, si girò veloce il rostro,
di due teste, e sei lingue essere gran Mostro.
...
Giuseppe Leggiadro Galani
Scarsissime le notizie su questo letterato, che pubblicò nel 1551 un volume in versi intitolato La guerra di Parma, il quale, probabilmente per le grandi invettive inseritevi contro gli Spagnoli, venne tolto dalla circolazione non giungendo sino a noi. Ci sono invece pervenute altre opere, tra le quali la tragedia Didone dalla quale siono tratti i seguenti versi:
Quel che la vaga Fama (relatrice
de i fatti altier, de l' opre clare e belle)
con mille lingue a noi rapporta et dice,
questo facendo e quel gire a le stelle,
scrive la penna mia del ver fautrice,
cagion poscia che altrui dica o favelle:
nè affetion, nè odio, nè mercede
parlar mi fan com' alcun forse crede.
Pomponio Torelli (nato a Montechiarugolo 1539 - 1608)
Discendente per parte di madre da Pico della Mirandola, si formò a Padova e, rientrato a Parma, frequentò la corte di Ottavio Farnese ottenendo importanti incarichi politici, tra cui quello di ambasciatore presso Filippo II di Spagna; passato successivamente al servizio di Alessandro Farnese, divenne precettore del figlio Ranuccio. Giunto questi alla maggiore età, si ritirò nel suo feudo di Montechiarugolo a coltivare le lettere e le arti. Scrisse, tra l'altro, il celebre Trattato del debito del Cavalliero (1596), il Trattato delle passioni dell' animo, la commedia La Merope (1597) e le tragedie Tancredi e Galatea (1603). Esponente dell' "Accademia degli Innominati" di Parma con il nome di "Il Perduto", ne fu uno dei membri più illustri. Fu amico di Giambattista Marino, che fu a lungo ospite nel suo castello, e di Torquato Tasso..


Combattuta da l'onde, e quasi vinta
da la tempesta, mia fragile barca,
sprezza il porto sicuro, e innanzi varca,
ove da gli amorosi venti è spinta.
Nè perchè da procelle orribil' cinta
sia, si provvede, o de gli error si scarca;
non perchè chi di lei sedea monarca
mostra la fronte di pietà dipinta;
chiuder non possi la gonfiata vela,
perse l'ancore son, rotto il governo
e pur cresca del mar l'ira e l'orgoglio:
oscura nebbia il ciel mi toglie, e cela
i segni miei, nè alcun rifugio scarno:
tal che di romper temo in qualche scoglio.
Un frammento dalla commedio "Merope"
Le leggi e 'l giusto, di che tanto parli,
e per parlarne assai poco ne intendi,
non hanno sovra i principi potere
che mal si converria, s' essi le fanno,
ch 'essi all' opera lor fosser soggetti.
Ma quella legge che in diamante saldo
scrisse di propria man l' alma natura,
sola può dare e variar gl ' imperi.
Per questa sola tremano i potenti,
a questa sola ogni gran re s' inchina.
Un frammento dalla tragedia "Tancredi":
(Herminia)...
Appresso, i' spero ancor che venirete
la notte in sogno spesso a consolarmi;
ch'egl'è piacere assai vedere in sogno
cosa che s'ami e che ci sia negata.
Così passerò il tempo, in fin che giunga
quel disiato dì che a voi mi meni.
In questo meco ivi m'aspetterete.
Et io curerò poi, quando ch'io muoia,
ch'un medesmo sepolcro ambe noi chiuda
acciò che stiano eternamente insieme
i corpi in terra, e l'alme in Paradiso.
L' inizio del "Prologo" della tragedia Galatea:
Questi coturni miei, che 'l minio tinse,
e con vari fogliami adorna l' oro;
la veste, che simiglia un verde prato,
sparsa tutta di gocciole di sangue,
e qual novo troffeo fregiata intorno
di corone spezzate, e scettri rotti;
de la mia testa l' ornamento altiero,
ne la qual, non le gioie, non le perle:
ma ne le chiome son le stelle inserte;
il Sol, che mi lampeggia ne la fronte;
lo sguardo in sè ristretto, il parlar grave;
e gli atti schifi; e 'l passo tardo e lento,
a quei gentili spirti, a' quai sol calse
d' honor, che trionfar d' horridi mostri,
ch' arricchiti di senno, e di valore,
fero in pregio salir Roma, & Atene;
tosto palese farmi, e conosciuta
potrebber per colei, che 'l riso in pianto
de gli Heroi volge, & ne l' essequie il fasto;
che de' triranni è regno, e gloria, e nome
egualmente disperde, e le radici
svelte di lor grandezza al mondo mostra;
come squallida sterpe d' elce annosa
scuopre del Sole i raggi Euro adirato.
Che non per odio altrui, non per disprezzo
con saldo piè, qual passeggiera calca
queste vane speranze; ond' i mortali
son sottoposti a i lacci, a i gioghi, a i ceppi,
fatti preda di morte e fama rea;
ma vaga di sgravar l' alme dal peso,
che le fa gir per forza a terra chine,
per certa via, nonchè sassosa, & erta,
di sospiri, di lagrime, e di guai
da pietà generati, e da spavento,
per quel sol ben, che più nel mondo huom brama,
la mena a riveder l' aer sereno.
Già fur di fele sparsi i detti miei
graditi a quelle menti, che d' altezza
ebre gustar ne la radice il mele.
Già fu, chi m' ebbe cara, e da potenti
popoli, e da color, ch' ebbero il freno
de le Cittati in man, fui riputata
dei teatri magnanima Regina
hor' un favoleggiar soave, e piano
con lusinghiere voci tiranneggia
l' orecchie sì, ch' io violenta, e dura
stimata sono, e indomita, e proterva.
De l 'altrui colpa ingiusto biasmo merco
e de l' affaticar, ond' altri il vero
abbracci, e lasci l' ombre fuggitive
il guiderdone è l' essere schernita
da chi non può mirar con gli occhi loschi
quel Sol, nel qual sempr' io le luci ho fise.
Infine, a mo' di postilla, questa lirica - originariamente scritta in latino - molto nota nel parmense in questa traduzione di Giorgio Cusatelli:
La macellazione del maiale
Si butti legna al fuoco.
Già trascinano il porco che grugnisce
invano ed il colpo mortale
accoglie il cuore e vomita la vita.
le setole cadranno
con l'acqua calda - vedi com'è candido ? -
e tosto dal sangue vermiglio
si riempirà il flessibile budello.
Tu prepara le spezie
ed il pepe e gli aromi forestieri
e fa venir qui le ragazze,
che smettano le solite faccende.
Si cingano il grembiule
ed incominci l'opera festosa.
Appenda la prima i prosciutti
e un'altra sparga il sale sulle carni
e si riponga il lardo
e il fegato si avvolga nella rete
ed empia un gran fuoco spavaldo
di fumo e d'allegria tutta la casa.
Per me riserba i ciccioli,
a quel profumo ghiotto la vicina
- soltanto che un poco l'annusi -
trangugerà invidiosa l'acquolina.
Intanto si banchetti,
si beva spensierati il vino nuovo,
nè manchi un amore leggiadro,
finché le membra non invada il sonno.
L' "Accademia degli Innominati" venne fondata nel 1574 da Eugenio Visdomini e Giulio Smagliati. Erano gli anni in cui si stava consolidando il potere farnesiano, politicamente nuovo e alla ricerca di una propria identità culturale. Lo stesso Ranuccio Farnese vi fu iscritto sin da bambino col nome di "Immutabile", per assumerne poi la carica di "Principe" nel 1586. Annoverò tra i suoi membri poeti e letterati illustri, anche di altre città, come Angelo Ingegneri, Bernardino Baldi, Tarquinia Molza, Giambattista Guarini (Il Pellegrino), fino agli amici di Pomponio Torelli, Torquato Tasso - che fu espressamente invitato dal Duca Ranuccio Farnese - e Giambattista Marino. Il Torelli fu certamente il membro più attivo e diede la sua impronta all'Accademia, nell'ambito della quale si sviluppò un ambizioso progetto collettivo filosofico ed estetico teso ad elaborare una definizione teorica e artistica delle forme "nobili" della letteratura: lirica, epica, tragedia, pastorale. L' emblema dell'Accademia consisteva in una pianta d' alloro alla quale era appeso uno scudo bianco ed il motto virgiliano "Famam Extendere Factis". Alla morte di Pomponio Torelli, nel 1608, l' "Accademia" entrò in una fase di decadenza, e non se ne ha più notizia dopo il 1618.
Claudia Noceti Visdomini (1550 - ?)
Moglie di Eugenio Visdomini, che fu uno dei fondatori dell'Accademia degli Innominati assieme a Giulio Smagliati, ne condivise la passione letteraria etrando a far parte della medesima Accademia e tenendo nella sua casa una sorta di "salotto letterario" ante litteram.
Roco a spiegare i foschi umani amori,
consorte, sei, ma i parti alti e lucenti
virginali, con nuovi almi concenti
canti, eguale a' superni incliti cori.
Felice te, cui sì pregiati onori
il Ciel donò, che l' Aria intenta, e i Venti
stanno a' quei sacri, e fortunati accenti,
che da te, nobil Cigno, escono fuori.
Felice ancor viè più d' ogni altro fiume,
la fida Parma, e' l ricco illustre Tago,
che accolti stan ne' tuoi vivaci carmi.
Ma più felice me, che al chiaro lume
del tuo sommo valor lieta m' appago,
né al Re di Caria invidio i bronzi e i marmi.
Muzio Manfredi (nato a Cesena, XVI° sec)
Operò presso numerose corti, tra cui quella di Mantova. A Parma fece parte dell'Accademia degli Innominati con nome di Edreo, e sempre a Parma pubblicò, nel 1580, il volume Le cento donne cantate,poesie dedicate alle donne celebri del suo tempo.
A Laura Peverara
L' aura, che mossa a voi d' intorno e gira
col Nome vostro in questa parte, e in quella,
tal vi dipinge valorosa e bella
ch' indarno ogni altra a cotal merto aspira.
Dice: Beato è ben chi lieto mira
le meraviglie nove accolte in ella.
Nobil fanciulla sembra: e Dea novella
è certo, e tal, ch' infino il Ciel l' ammira,
move da gli occhi e dal suo canto Amore
foco divin, ch' altrui può far felice:
se danza, o suona, ivi se stessa accende.
Quand' hebbe il Mincio mai simile honore ?
E quando il Mondo ? O vera, alma Fenice,
te la tua propria gloria eterna rende.
A Claudia Noceti Visdomini
Ben chiude in sé valor sovrano e chiaro
per farne a tempo gloriosa mostra
Claudia, chi 'l Nome e la bellezza vostra
porta nel cuore, ond' è pregiato e raro.
Ché voi di grazie tai le stelle ornaro
che n' è lieta e superba l' età nostra,
senza quello, ch' in voi Febo dimostra,
onde a pena con voi Clio s' alza a paro.
S' alcuno è degno ch' altri il canti e loda,
loda è sapere altrui lodar cantando,
e voi, degna di canto, altrui cantate.
Or quale è degna di voi loda ? E quando
fia, che dal Mondo almen parte n' habbiate ?
Ahi, come spesso l' altrui merto si froda
Fortuniano Sanvitale (1565 - 1627)
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Figlio naturale di Giberto IV Sanvitale. Scrisse Gli avvenimenti amorosi di Arianna (1600), da cui è tratto questo frammento:
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Bacco seguito da sì liete squadre
vede Arianna bella: ma dolente.
Stava sola, e piangendo: al primo sguardo
Amor gli aventa un suo dorato dardo.
Io sono il Dio di Thebe se no' l sai
(Gli dice Bacco) a cui di te ben cale,
tratto dal suon dei tuoi dolenti lai
apporto medicina a sì gran male;
udita ho la cagion de gli alti guai,
e so chi fosse l' infedele, e quale;
ma ecco (ohime) mentre vo darti aita
mi vien da tua beltà dolce ferita.
E mi legano già tue trecce bionde
(Bella Arianna) strettamente il core;
Cupido vi s' annida, e vi s' asconde;
vedi come esce in sù la fronte fuore,
e come egli entra ne belli occhi, donde
gli strali aventa, e l' amoroso ardore.
Se quelli mi piagar, questo l' infiamma,
e per te mi distrugge a dramma, a dramma.
Un Etna o fatto alma Cretese il petto,
che manda al Ciel mille sospir cocenti;
da te soccorso a tanto incendio aspetto,
cui spegnere non ponno, o pioggia, o venti,
ne fieno i tuoi disir vuoti d' effetto
se in gioia di cangiar brami i lamenti;
con questo dire il Dio lei assecura,
che rispose fra speme, e fra paura.
Nume gentil, cui tutto il mondo honora,
poi che tanta di me t' assal pietate,
sappi che 'l mal presente hor mi si accora
ch' i temo ancor di nova crudeltate,
e se ciò mi sovrasta, Morte hor hora
spegni questa dannosa mia beltade.
Ma se di darmi aita hai pur nel core,
rendi a Donna tradita il tolto honore.
La bella Donna, e de l' amor