mercoledì, 04 aprile 2007

Il battistero I Poeti di Parma e dei suoi dintorni dalle origini ai nostri giorni...

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La PilottaLa Steccata

Cari amici, questo è un blog un po' particolare: sarà in realtà un "work in progress" pubblico relativo alla realizzazione di una antologia specificatamente dedicata ai Poeti di Parma.

Il vostro aiuto e interessamento sarnno graditi, sopratutto da parte di coloro che potranno apportare notizie, testi, integrazioni e commenti di ogni tipo.

I post, suddivisi per epoca varieranno in continuazione man mano che verranno inserite notizie storige, biografie, commenti critici, immagini e testi; a tutti i volenterosi, buona lettura.

Per comodità ecco l'elenco dei poeti inseriti fino ad oggi, suddivisi negli otto "capitoli" che seguono:

b) Gaio Cassio Parmense, Donizone, Salimbene de Adam, Francesco Petrarca, Moggio Moggi, Gabrio Zamorei, Basiano Basiani, Giorgio Anselmi, Francesco Dal Pozzo, Tranquillo Molossi, Andrea Baiardi, Enea Irpino, Bernardino Dardani, Damigella Trivulzio Torelli, Francesco Bernardino Cipelli, Cesare Delfini, Vitruvio Rossi

c) Sulpicia Cassoli Vaghi, Giacomo Marmitta, Gian Girolamo de' Rossi, Anton Francesco Rainieri, Girolamo Pallantieri, Luigi Borra, Antonio Lalatta, Lodovico Cavano, Girolamo Bernardi, Giuseppe Leggiadro Galani, Pomponio Torelli, Claudia Noceti Visdomini, Muzio Manfredi, Fortuniano Sanvitale, Tiberio Torricella, Giovanni Maria Agaccio, Tommaso Stigliani, Claudio Achillini, Carlo Ferrante Gianfattori, Guidubaldo Benamati

d) Giovanni Paolo Sacco, Margherita Bargellini, Alessandro Guidi, Tommaso Ravasini, Carlo Innocenzo Frugoni, Prospero Manara, Antonio Cerati, Benedetto Fulcini, Ireneo Affò, Angelo Mazza, Carlo Castone della Torre di Rezzonico, Clemente Bondi, Francesco Ghirardelli, Marco Pagani, Michele Leoni, Vincenzo Mistrali

e) Domenico Galaverna, Ermelinda Rondani, Alberto Rondani, Paolo Pizzetti, Francesco Zanetti, Edmondo Corradi, Osvaldo Sanini, Arnaldo Barilli, Giuseppe Melli, Ildebrando Cocconi, Jacopo Bocchialini, Mario Silvani, Nella Barilli, Ferdinando Bernini, Ottorino Tentolini, Francesca Morabito, Alfredo Zerbini, Renzo Provinciali, Renzo Pezzani, Piero Illari, "Eva"

f) Ada Ravasi, Bruno Tanzi, Bruno Pedraneschi, Attilio Bertolucci, Lanfranco Fava, Renzo Ildebrando Bocchi, Italo Podestà, Bruno Lanfranchi, Carlo Antinori, Luigi Vicini, Carlo Ampollini

g) Luigi Marchini, Ottorino Ferrari, Dino Formentini, Gian Carlo Artoni, Ettore Silvi, Giovanna They, Maria Vittoria Fiorelli, Cesare Tessoni, Bruno Campanini, Abramo Martini, Pier Luigi Bacchini, Fausto Bertozzi, Paola Reale, Gian Carlo Conti, Corrado Costa, Angelo Cesari, Giorgio Cusatelli

h) Attilio Zanichelli, Gianna Agostinucci, Gianni Alfieri, Achille Schmid, Lino Calzolari, Mauro Manfredi, Luciano Gatti, Antonia Gaita, Alberto Bevilacqua, Giuseppe Marchetti, Mario Pietralunga, Arturo Bertoni, Marta Silvi Bergamaschi, Pier Carlo Ponzini, Luigi Menozzi, Gabriella Milani, Alda Magnani, Laura Chiozza Puglia, Gianni Grassi, Giuliano Mazza, Nicetta Bianchi, Alberto Guareschi, Giovanni Reverberi, Bernardo Bertolucci, Terry Ferrari Ampollini, Angela Spagnolo, Olga Spigaroli, Ada Gasparri Mariani, Cosimo Greco, Laura Rainieri, Giuliano Vezzani, Marisa Terzi, Marianna Bucchich, Gianni Giuffredi, Giuliana Leporati Gerbella,Alberta Martini Zirri, Anna Ceruti Burgio, Andrea Spingardi, Paola Casoli, Roberto Lunatici, Fausto Vignali, Fausto Maria Pico, Ivana Tanzi, Valentina Selene Medici, Mariella Gorreri, Antonio Battei, Enrico Maletti, Stefania Cavazzon, Giuseppe De Filippis

i) Maria Pia Quintavalla, Paola Brighenti, Antonio Veneziani, Gian Carlo Baroni, Arnaldo Scaramuzza, Gaetano Antonio Carbone, Silvia Ragazzini Martelli, Giuseppe Pontremoli, Sara Ferraglia, Paola Renzetti, Antonella Iaschi, Rosalia Zabelli, Claudio Porcari, Raffaele Rinaldi, Pietro Padovani, Beppe Sebaste, Luca Bertoletti, Alessandro Mazzocchi

k) Andrea Tarasconi, Roberto Silleresi, Antonio Riccardi, Monica Borettini, Emilio Zucchi, Dario D'Angelo, Valeria Serofilli, Alma Saporito, Carlo Tadonio, Cristina Santi, Maria Cecilia Camozzi, Massimo Zerbini, Adriano Engelbrecht, Simona Gasparini, Sonia Quintavalla, Matteo Di Gennaro, Alberto Garlini, Nicola Bonani, Fiorenza Battistini, Cleophas Adrien Dioma, Massimo Zilioli, Elisa Borchini, Michele Bussoni, Guido Cavalli, Pasquale La Torre, Rodolfo Pini, Simona Ferrari, Sara Calzolari, Deborah Cavazzini, Costanza Canali, Michele Bortoletto, Luca Ariano, Andrea Peracchi, Giovanni Pizzigoni, Silvia Silleresi 

NB: per chi vuol sapere di più della mia attività di blogger l'invito è di dare un un'occhiata qui: http//bertop.splinder.com

Ne approfitto per ringraziare Maria Pia Quintavalla che è stata l'ispiratrice, sia pure involontaria, di questo lavoro e ne ha poi dato pubblicità e notizia, Luca Ariano, sensibile uomo di lettere e poeta di rango, nonchè parmigiano di adozione, per il sostegno spirituale e l'insostituibile aiuto materiale, e Monica Borettini, per il suo prodigarsi nel cercarmi testi e notizie e per il prezioso aiuto datomi dalla sua enciclopedica conoscenza dei poeti locali. Un ringraziamento anche a, Laura Chiozza Puglia, Stefania Cavazzon, Ivana Tanzi, Beppe Sebaste, Valentina Selene Medici, Sara Ferraglia,Adriano Engelbrecht e Valeria Serofilli per il loro contributo, al Prof. Paolo Garbini dell'Università di Roma e alla D.ssa Anna Ceruti Burgio, direttrice della rivista "Bella Parma", per la loro disponibilità. Grazie infine ai blogger Elis e Flamboyant per le attente segnalazioni e, sopratutto, a Khinna per i preziosi suggerimenti e la altrettanto preziosa amicizia.

postato da: bertop alle ore 16:04 | Permalink | commenti (11)
categoria:a - poeti di parma introduzione
venerdì, 27 aprile 2007

Premessa

Non è la prima volta che qualcuno si cimenta in un repertorio dei poeti parmigiani: questo modesto tentativo ha un precedente illustre. Si tratta del fondamentale lavoro di Ireneo Affò, letterato parmigiano che, negli anni tra il 1789 e il 1797, pubblicò 5 volumi intitolati Memorie degli scrittori e letterati parmigiani; l' ottica era leggermente diversa, in quanto venivano presi in esame tutti i letterati e non solo i poeti, limitando però l' ambito ai soli nativi della città ed escludendo perciò anche poeti importanti, un nome tra tutti Claudio Achillini, che in Parma vissero e operarono a lungo. A tanti anni di distanza questo testo rimane una fonte imprescindibile anche per il mio lavoro. Affò morì lasciando l' opera incompleta, e questa venne ripresa da Angelo Pezzana, di fatto una sorta di co-autore, che, con lo stesso titolo, ne pubblicò altri quattro volumi tra il 1825 e il 1833. Questa opera è accessibile grazie ad una ristampa anastatica curata recentemente dall' editore bolognese Arnaldo Forni, e non posso che consigliarne la lettura, pur tenuto conto di un prezzo inevitabilmente elevato. In ogni caso ritengo non casuale che Parma sia stata oggetto di tale interesse, cosa che molte altre città, anche letterariamente molto importanti, non possono vantare: evidentemente la bellezza dei luoghi ha favorito, nei secoli, una "concentrazione di poesia" assolutamente sproporzionata - in positivo - rispetto alla dimensione degli stessi, a tal punto da suggestionare l' interesse di chi, come me, di Parma apprezza entrambe le cose: poesia e bellezza.

Gaio Cassio Parmense (morto nel 30 a.c.)

Tito Livio da notizia della costituzione, della colonia di Parma da parte di un gruppo di cittadini romani, tra cui un ramo della "gens" Cassia. Gaio è il primo letterato nativo di Parma di cui si abbia notizia; si interessava anche di politica ed era amico di Caio Cassio Longino, uno dei capi, insieme a Marco Bruto, della cospirazione contro Cesare. Fu tra i congiurati che lo colpirono alle Idi di marzo del 44 a.c.; fuggì ad Atene, dove venne rintracciato per ordine di Ottaviano Augusto (che il Parmense aveva pesantemente vilipeso definendolo "nipote di un vil fornaio" e "plebeo cambiatore di monete"), ultimo dei congiurati ad essere ucciso. Fu autore di tragedie ed elegie di cui non ci è pervenuto nulla, forse per una distruzione decretata dal Senato di Roma, salvo questo verso citato da Marco Terenzio Varone:

Nocte intempesta nostra devenit domum

Donizone (XII° secolo)

Donizone Vita Mathildis.

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Monaco benedettino sulla cui vita sono assai scarse le notizie; si sa solamente che ne passò gran parte nel monastero di Canossa, ma anche che insegnò per un certo periodo alla Scuola Vescovile di Parma. E' rimasto famoso per l' opera in versi Vita Mathildis, un poema epico che narra la vita e le gesta di Matilde di Canossa. Celebri i versi in cui definisce Parma Chrysopolis, vale a dire città d' oro, che qui sotto riportiamo:

Chrysopolis dudum Graecorum dicitur usu,

aurea sub lingua sonat haec Urbs esse latina,

scilicet urbs Parma, quae Grammatica manet alta,

artes ac septem gloriose sunt ibi lectae

Salimbene de Adam (1221 - 1287)

salimbene

Il vero nome era Ognibene e curiosa è la vicenda che lo portò ad assumere quello con cui è passato alla storia: avendo preso gli ordini e divenuto frate Francescano, si imbattè a Città di Castello in un confratello che rimase stupito dal suo nome al punto che, credendolo un' audacia rispetto alla grandezza di Dio, lo consigliò di mutarlo in quello simbolico di Salimbene. L' opera per cui è famoso è la Cronica, che lo pone ai vertici degli storici del suo tempo e copre gli avvenimenti intercorrenti tra il 1167 e il 1287. Scritta parte in latino e parte in volgare, è giunta a noi parzialmente mutila. A noi Salimbene interessa però per un' opera minore in versi scritta nel 1259 e intitolata Libro dei Tedii da cui sono tratti questi versi:

Cativo hom podesta de terra

e pover superbo kivol guerra

e sinescalco kintrol desco me serra.

E villan chi si messo a cavallo

et homo ke zeloso andar a ballo

e lintrar de testa quande fallo.

E aver hom ki in honor aventura

e tutti quanti de solazio no cura.

Francesco Petrarca (nato ad Arezzo 1304 - 1374)

Francesco Petrarca

Il Petrarca non è in senso stretto un "Poeta di Parma", ma Parma è un luogo petrarchesco tra i più importanti, una delle poche città nelle quali il Petrarca è tornato più volte nel corso della sua vita peregrina: pochi come lui, ai suoi tempi, viaggiarono senza sosta da una città all' altra, da una nazione all' altra: Carpentras, Montpellier, Bologna, Avignone, Fontaine-de-Vaucluse, Napoli, Verona, Milano, Venezia e infine Arquà, luogo degli ultimi anni di vita. Questi sono, insieme alla città natale, i luoghi petrarcheschi per antonomasia. A Parma soggiornò in tre periodi: qui ebbe amici potenti (Azzo da Correggio) e colti (Moggio Moggi, Gabrio Zamorei), qui scrisse pagine sublimi e visse momenti importanti della sua esistenza (a Parma seppe della morte di Laura, uccisa dalla peste). La poesia a Parma - troppo deboli ed evanescenti sono le tracce più antiche - nasce con lui: giusto dedicargli questo spazio e della sua produzione recuperare questa ode che celebra la liberazione di Parma dalla tirannia di Alberto e Mastino Della Scala da parte di Azzo da Correggio. Superfluo parlare delle sue opere - chi non conosce il Canzoniere - e della sua vita. Chi fosse interessato ad approfondire può procurarsi il bellissimo volume di Ugo Dotti (2006, Diabasis) Petrarca a Parma.

Per Parma liberata

Quel ch' a nostra natura in sé più degno

di qua dal ben per cui l' umana essenza

da gli animali in parte si distingue,

cioè l' intellettiva conoscenza,

mi pare un bello, un valoroso sdegno

quando gran fiamma di malizia estingue.

Che già non mille adamantine lingue

con le voci d' acciar sonanti e forti

porrìano assai lodar quel di ch' io parlo,

nè io vengo a inalzarlo,

ma dirne alquanto agl' intelletti accorti.

Dico che mille morti

son picciol pregio a tal gioia e sì nova;

sì pochi oggi sen trova,

ch' i credea ben che fosse morto il seme,

ed è si stava in sé raccolto inseme.

Tutto pensoso un spirito gentile

pien de lo sdegno ch' io giva cercando

si stava ascoso sì celatamente

ch' i dicea fra me stesso: "Oimè, quando

avrà mai fin quest' aspro tempo e vile ?

son di vertù sì le faville spente ?"

Vedea l' oppressa e miserabil gente

giunt' a l' estremo, e non vedea 'l soccorso

quinci o quindi apparir da qualche parte;

così Saturno e Marte

chiuso avea 'l passo, ond' era tardo il corso,

ch' a lo spietato morso

del tirannico dente empio e feroce,

ch' assai più punge e coce

che morte od altro rio, ponesse 'l freno

e reducesse 'l bel tempo sereno.

Libertà, dolce e desiato bene,

mal conosciuto a chi talor no' l perde,

quanto gradita al buon mondo esser dei !

Da te la vita vien fiorita e verde,

per te stato gioioso si mantene

ch' ir mi fa somigliante a gli altri dei,

senza te lungamente non vorrei

ricchezze onori e ciò ch' uom più desia

ma teco ogni tugurio acqueta l 'alma.

Ahi grave e crudel salma

che n' avei stanchi per sì lunga via !

Come non giunse in pria

chi ti levasse da le nostre spalle ?

Sì faticoso è 'l calle

per cui gran fama di vertù s' acquista,

ch' egli spaventa altrui sol de la vista.

COR REGIO fu, sì come suona il nome,

quel che venne sicuro a l' alta impresa

per mar per terra e per poggi e per piani,

e là ond' era più erta e più contesa

la strada, a l' importune nostre some

corse e soccorse con affetti umani

quel magnanimo; e poi con le sue mani

pietose a' buoni ed a' nemici invitte

ogni incarco da gli omeri ne tolse,

e soave raccolse

insieme quelle sparse genti afflitte,

alle quali interditte

le paterne lor leggi eran per forza,

le quali a scorza a scorza

consunte avea l' insaziabil fame

de' can che fan le pecore lor grame.

Sicilia di tiranni antico nido

vide triste Agatòcle acerbo e crudo

e vide i dispietati Dionigi

e quel che fece il crudel fabro ignudo

gittare il primo doloroso strido

e far ne l' arte sua primi vestigi;

e la bella contrada di Trevigi

ha le piaghe ancor fresche d' Azzolino,

Roma di Gaio e di Neron si lagna,

e di molti Romagna,

Mantova duolsi ancor d' un Passerino:

ma null' altro destino

né giogo fu mai duro quanto 'l nostro

era, né carta e inchiostro

basterebben al vero in questo loco,

onde è meglio tacer che dirne poco.

Però non Cato, quel sì grande amico

di libertà che più di lei non visse,

non quel che 'l re superbo spinse fore,

non Fabii o Deci di che ogni uomo scrisse,

se reverenza del buon tempo antico

non mi vieta parlar quel ch' ò nel core,

non altri al mondo più verace amore

de la sua patria in alcun tempo accese:

ché non già morte, ma leggiadro ardire

e l' opra è da gradire,

non meno in chi salvando il suo paese

se medesmo difese,

che 'l colui che 'l suo proprio sangue sparse,

poi che le vene scarse

non eran quando bisognato fosse,

né morte dal ben far gli animi smosse.

E perché nulla al sommo valor manche,

la patria tolta a l' unghie de' tiranni

liberamente in pace si governa

e ristorando va gli antichi danni

e riposando le sue parti stanche

e ringraziando la pietà superna

pregando che sua grazia faccia eterna.

E ciò si può sperar ben, s' io non erro,

però ch' un alma in quattro cori alberga

ed una sola verga

è in quattro mani, ed un medesmo ferro;

e quanto più e più serro

la mente ne l' usato imaginare

più conoscer mi pare

che per concordia il basso stato avanza,

l' alto mantiensi: e quest' è mia speranza.

Lunge da' libri nata in mezzo l' arme,

canzon, de' miglior quattro ch' i conosca

per ogni parte ragionando andrai:

tu puoi ben dir, che 'l sai,

come lor gloria nulla nebbia offosca;

e se va' 'n terra tosca,

ch' appregia l' opre coraggiose e belle,

ivi conta di lor vere novelle.

Moggio Moggi (1325 - 1387)

Notaio in Parma, frequentò Francesco Petrarca nel decennale soggiorno che questi fece a Parma. Rispetto al suo grande modello fu poeta magniloquente e, come efficaciemente suggeritomi da Paolo Garlini, autore della preziosa monografia Moggio Moggi carmi ed epistole (Antenore, 1996), decisamente "gotico". Oltretutto scrisse solo in un latino tardo e talvolta di difficile decifrazione, che non mi sono azzardato a tradurre. Di lui questo sonetto , scritto nell' antiquato artificio versificatorio dell' esametro caudato, che non può non far pensare alle decorazioni dell' Antelami all'esterno del Battistero di Parma.

De operatione XII mensium

Signum fundit aquas, Iano sibi vina parante.

Februm cura tenet lignorum, Pisce natante.

Marci fac cunctos, Aries, tu surgere flatus.

Munere, Taure, tuo sit Aprilis flore beatus.

Militat in Geminis Mayus puer et iuvenatur.

Iunius, ut melius metat, in Cancro spoliatur.

Excute grana, Iuli, fruges tere, stante Leone.

Far, Auguste, para, sub Virgine dolia pone.

Sordidus in Libra September vult sibi mustum.

Scorpio seminibus Octobrem cernit onustum.

Dum vigil est Arcus, rapas evelle, November.

Dum Capricornus adest, porcos occide, December.

Questo invece è l' epitaffio che Moggio scrisse per la morte dell' amico Azzo da Correggio:

Modii Parmensis Epitaphium in Azonem

Clauditur hic aevi sollers prudentia nostri,

et decus et virtus aurea Corrigiae

Aczo, jubar patriae, patriae spes optima quondam,

cujus in amplexu laeta quievit amans.

Magnus Apostolico magno, cum Caesare magnus,

magni quem Reges, quem coluere Duces.

Cujus in Ausonio surgunt ad sydera mundo

splendida Corrigiae, splendida facta domi.

Orbe pererrato, tandem per ductus asili

jam Vice se Comitum reddiderat gremio.

Et maris et terrae totiens heu jurgia fati

vicerat, hic solo morte feritur humi.

Gabrio Zamorei

Giureconsulto e poeta, amico del Petrarca e da questi molto stimato, compose due raccolte di versi in latino (Adolescentiae suae carmina e Orphea) che sono andate perdute. Della sua produzione poetica restano una lettera in versi in volgare inviata al Petrarca che così inizia:

Le duodex donne che prima fer luce

e alcuni versi in latino, grazie ad alcune autocitazioni contenute in un volume dal titolo Tractatus notabilis de virtutibus, et earum oppositis giunto a noi largamente mutilo:

Auctor erat Justinianus tamen ipse vocatus.

Caesar unum habet passu similique parique:

Imperium pietasque una simili ordine vadunt,

utque premit rigidos onerosa corona capillos,

comprimat et mentem pietas, nec distet ad ipsa

nomine res parta, sed res sint consona verba...

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... Sic sit quod in ordine primus

tu sis, teque sequar: fias tu major amicus,

simque minor, tuque alter ego: sit velle duobus

unum, sitque etiam sic unum nolle duobus. 

Basinio Basini (nato a Tizzano 1425 - 1457)

Studiò a Mantova e a Ferrara, componendo in età giovanile la raccolta elegiaca Cyris e il poemetto Meleagris: trasferitosi a Rimini nel 1449, fu poeta di corte presso Sigismondo Pandolfo Malatesta, alla cui committenza va collegata la successiva produzione letteraria, tra cui l’Isottaeus (Isotta degli Atti era la donna amata dal signore di Rimini), da cui è tratto il seguente frammento: 

Quam Sigismundus tibi dicit ab urbe salutem,

accipe, purpurea inter habendas deas.

Longe corpus habest; tibi simper proxima mens est

parteque sum tecum fertiliore mei.

Si quid agam quaeris, mea conqueror ocia solus

et desiderium flebilis usque tui.

Absens absentem video te, Isotta, nec ulla

Iam sine te nobis nox vigilanda venit.

Roma licet veterum monumenta ostentet avorum

effotaeque amplas suggerat urbis opes,

me tamen haud possunt mirae oblectare ruinae,

cum nullo hic fueris conspicienda loco.

Ipse, fatebor enim, lateae non valibus Idae,

non sine te caeli parte fuisse velim;

nanque habeat multas quanvis urbs nostra puellas,

quae possent ipsos sollecitare deos,

sola tamen nostris placuisti sempre ocellis

 

huius et exuvias unica mentis habes.

 

Ricevi il saluto che Sigismondo ti invia da Roma, tu che devi essere annoverata fra le splendenti dee. Il mio corpo è lontano, ma la mia mente ti è sempre vicina, e sono con te con la parte più fertile di me. Se vuoi sapere che cosa faccio, mi lamento da solo del mio ozio e della nostalgia che, degno di compassione, ho per te ininterrottamente. Non sono con te, e vedo te che non sei con me, Isotta, e ogni notte che arriva, la passo insonne, insieme a te. Sebbene Roma mostri i monumenti degli antichi avi e accumuli le grandi ricchezze di una città ormai sfinita, tuttavia non mi possono dilettare queste straordinarie rovine, poiché qui in nessun luogo è possibile vederti. Io, lo confesso, senza di te non vorrei stare nelle amene valli del monte Ida, e neanche in un pezzo di paradiso: infatti, sebbene la nostra città abbia molte ragazze che potrebbero far innamorare gli stessi dèi, tu sola sei sempre piaciuta ai nostri occhi innamorati, tu sola possiedi le spoglie del nostro cuore.

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Giorgio Anselmi (1450 - 1528)

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Pronipote del famoso medico e astrologo parmigiano del 1300 suo omonimo, fu grande amico - e pare anche compagno di bagordi - del Correggio; fu poeta ed epigrammista eccellente, anche se occasionale.

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Gratulor antiquos fandi quod laudibus aequas,

ac mage quod superas carmine et arte patrem.

Nam veteres aequasse parum est, sed culta parentis,

iudice me,non est vincere scripta parum.

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Invicto clarum referens genus Hercule ab ipso

cessisti annorum pndere pressus Eryx.

Nec tibi Tartarei exarmata potentia regni,

profuit, aut fatis imposuisse moram

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In Dialogos de Harmonia Georgii Anselmi avi

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Dum septena deum pater in discrimina voces

gravibus acuta temperans,

dispensat, paribusque orbem rotat intervallis,

dum sessitat Siren globo,

Aonidas liquidis vocat ad blanda otia Thermis

cum Rossio Anselmus suo.

Quae Caeli numeros, manibusque obnoxia nostris

Naula, ac solis obscuros modos

victuris mandent triplices per saecula chartis.

Opus cave humanum hoc putes. 

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Francesco Dal Pozzo detto "Puteolano" (m. 1490)

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Il soprannome fa pensare ad una origine campana (Pozzuoli) ma la storia lo indica come Parmigiano a tutti gli effetti; legato alla casata dei Rossi di San Secondo, fu amico di Lodovico Il Moro e destò l'ammirazione dei grandi intellettuali del suo tempo, a partire da Pico della Mirandola.

Docente di retorica, fu tra i fondatori nel 1470 a Bologna della prima "società per la stampa dei libri", insieme al Dottore in Medicina Annibale Malpighi e al ricco imprenditore e banchiere Baldassarre Azzoguidi; il Dal Pozzo curava le edizioni, scegliendo i testi da stampare, revisionandoli, correggendo le bozze e promuovendo le vendite. Curò in particolare l' edizione delle opere di Ovidio e Catullo.

Ebbe anche una importante produzione poetica in proprio, rimasta in larghissima misura inedita.

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Turbarat placidam rabies vessana quietem,

cesserat et ferro jusque, piumque truci.

Cana fides, divumque metus, legumque potestas

cesserat: et socia cum pietate pudor.

Omnia miscuerat belli civilis erugo,

omnia flagrabant sanguine, caede, fuga.

Ludus erat furtum: lusus stuprata parentis

in gremio passis filia adulta comis.

Quin etiam sanctos tentavit turba penates,

sacrilega arserunt templa vetusta manu.

Haec prius acciderant: ego jam graviora verebar,

quae solet irato victus ab hoste pati.

Sed tu ad prohibes Bonarelle, urbique cadenti

succurris Parmae conditor, atque parens.

Pax redit, atque astraea sibi jam reddita Parma est

praeside te: nuper spurca cloaca fuit.

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Tranquillo Molossi (nato a Casalmaggiore)

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Legerat Anselmi medica Epidaurius Artes,

Artes, quas propter creditur ipse Deus.

Miratus Commentum hominis caeleste Deorum

maxime sum frustra fulmine tactus ait.

Vincimur: en stygiis potis est qui ducere ab undis

non unum, sed quot tartara cumque tegunt.

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Stelliferum si quis Coeli revolubils orbem,

et vaga luminibus subjicere astra velit;

et penitus coecas rerum tentare latebras,

quo rapidos Phoebus calle fatiget equos.

Noctivagas rubicunda face cur Delia sensim

impleat, et tacitis depleat inde modis;

Anselmi doctos noctesque diesque labores

verset: inaudita hic quae videantur erunt.

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Andrea  Baiardi (1459 - 1511)

Philogine

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Autore di un romanzo in ottave: "Libro d' arme e d' amore intitolato Philogene", lasciò anche alcuni sonetti tra i quali il seguente:

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L' è qui Natale: or su faciam le feste

socii suavi, e stemo su i piaceri:

tavole, carte, dadi e tavolieri,

strenize e vin da profumar le teste.

Demo repulse a le facende meste,

a cacia alcuna volta a livereri,

e de l' amor faciam qualche pensieri;

metiamo a luce le sfogiate veste;

dietta de sonetti e fra noi sia

quel Francesco Roman, chi è un altro Orfeo

e ch' in la gurga ha tanta melodia.

Faciamo insieme qualche giubileo,

e se alcun dice ch' el tempo non sia,

canta syrena quando il tempo è reo.

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Enea Irpino (XV - XVI secolo)

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Pochissimo si sa della vita di questo poeta - rimasto sino ad oggi  praticamente sconosciuto a dispetto del notevole valore e della relativa modernità della sua produzione - se non che il suo amore per le belle donne gli procurò non pochi problemi, costringendolo, tra l' altro, ad un decennale "soggiorno forzato" a Ischia; anche da qui, sempre per analoghi problemi, dovette in tutta fretta riparare di nuovo a Parma. Il suo Canzoniere, già pronto per la stampa nel 1520, restò inedito, pare per volontà di qualche marito inviperito e trovò pubblicazione solo nel 1783 a Rimini per volontà del Conte Angelo Battaglini. 

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Da voi, madonna, e da me lasso absente,

se avessi dotta man ne la scoltura,

viva in bel marmo con immensa cura

vi scolpirei, com' or vi scolpo in mente.

Per cagion poi del mio desire ardente

giunta già alfin tant' altra mia fattura,

so, che mirando in lei vostra figura

io tutto in lei mi cangierei sovente.

Così premendo il duolo aspro e profondo,

di ch' io son fatto macilente e macro,

fora il mio duro stato almo e giocondo;

che in sì gentil marmoreo simulacro

contento amante più ch' ogn' altro al mondo

vivrei col caro e dolce Idol mio sacro.

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Tra due pensier nemici ardo, ed agghiaccio,

quando meco talor dubbioso 'i penso,

come scoprir devrei quel duolo immenso,

che per men male alfin tremante i' taccio.

Mi dice l' un di lor mentr' io mi sfaccio:

Se a lei discopri il tuo martirio immenso,

le formerai nel cuore un fuoco accenso,

bench' ella sia più fredda assai ch' un ghiaccio.

Dice poi l' altro: Cela i tuoi desiri,

benchè t' infiammi più il tuo caldo affetto,

ch' io tempo ch' ella alfin teco s' adiri.

Così pieno or d' ardire, or di sospetto,

tacendo i miei profondi aspri martiri

scopro nel volto ciò ch' io celo in petto.

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Quando Madonna dal bel colle riede,

essere vorrei quell' erba, e quel terreno

ove sì dolce preme il bianco piede.

Quando che in mezzo ai fior vezzosa siede

quel fior bramo esser, che si pone si seno

ove l' avorio al paragone eccede.

Quando il bel fonte per mirarsi chiede,

bramo essere fonte al bel ciglio sereno

ove beltà immortal del ciel fa fede.

Ma quando io penso in ciò ch' ella possiede

esser vorrei, sì son d' invidia pieno,

ciò ch' ella tocca, e ch' ella brama, e vede.

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Infine un ultimo sonetto, nel quale è decritto il magnifico paesaggio di Ischia:

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Spiran l'amate e liete aure feconde

per questi aprichi colli e verdi rive;

qui col bel suon de le fresche acque vive

qui con soavi note alte e gioconde

cantan gli augelli alle belle ombre estive;

qui tra bei lauri, faggi, e sacre olive

odesi 'l tremolar de le lor fronde.

Qui fassi l' aer lucido e sereno,

acceso d' un immenso e chiaro zelo,

ch' è d' una calda e nova virtù pieno.

Benchè qui scaldi Amor dal terzo cielo,

qui già nol sente un bianco e vago seno,

ov' è l' estate, non che 'l' verno, il gielo.

.

Bernardino Dardani (1472 -- 1535)

.

Operò come poeta e precettore presso la Corte di Lodovico II Marchese di Saluzzo, alla morte del quale fu prima a Milano e poi a Roma; rientrò a Parma nel 1529, avendo ottenuto una cattedra di lettere. Scrisse tra l' altro L' opera del buon governo dello stato oltre a poesie ed epigrammi quasi tutti in latino.

Questo che segue è un breve frammento:

.

Molte altre poesie de moral piene

composte ha galioto in soa favella

come la bella cronica che tiene

custodita San Georgio in la soa cella

.

Damigella Trivulzio Torelli (nata a Milano 1480 - 1527)

.

Moglie del Conte Francesco Torelli di Montechiarugolo, fu annoverata alla sua epoca come donna di cultura ed eccellente poetessa; purtroppo, come spesso accade per la produzione femminile di quei tempi, a noi non è pervenuto nulla. Dobbiamo limitarci a prendere atto delle testimonianze dei suoi contemporanei, che ne parlano in tono ammirato.

.

Francesco Bernardino Cipelli detto il Cipellario (nato a Busseto 1481 - 1542)

.

Di questo ai suoi tempi famoso grammatico e letterato abbiamo rintracciato solo questo frammento in latino:

.

Non ego Alexandrum merita fraudare volerem

laude Ruinalem, duplice pia tempora lauro

ornatum: gravis orator, gravis ille poeta

syllanaeque urbi praetor dat iura verendus.

.

Cesare Delfini (ca 1490 - 1566)

.

Parmigiano di nascita, laureto in Filosofia a Bologna e poi in Medicina a Piacenza, venne iscritto al Collegio dei Medici di Parma nel 1521; bramoso di applicarsi a tutte le scienze, si dedicò anche all' Astronomia e alla Teologia. Non contento iniziò a viaggiare, dapprima in Inghilterra, successivamente in Ungheria, dove soggiornò a lungo divenendo medico personale del Re Ferdinando. Tornato in Inghilterra, fu accusato di eresia dall'Inquisizione e solo successivamente, riparato in Italia, venne riconosciuto innocente.

.

                                                      ...Ocia ditis

Ungariae mihi, quae tam longo tempore Thomas

fecerat armipotens generoso samguine cretus

Nadasdi, fuerat quo nullus mitior haeros

pannonia, veluti nec paulo sanctor ullus

praesule Strigonii patriae de nomine Vuarda

hos mihi fata viros faciles in commoda mentis

littore Danubii dederant.

.

Vitruvio Rossi (1499 - 1550)

.

Abbracciata la vita ecclesistica, si fece conoscere come valente oratore ed elegante verseggiatore in latino; entrò in diatriba col poeta cremonese Elio Giulio Crotti che lo accusò pubblicamente di aver copiato e storpiato i propri versi.

.

Solve agedum nostram Clio super aequora cymbam

mulces ubi insanos buccina torta notos.

Merge meos pelago remos, ac carbasa tende,

nam freta se praebent vasta secanda tibi.

Solve metu mentem, mordacesque abjice curas:

Hyppotades ventos coeca sub antra rapit.

Quid trepidas ? Jam Musa exi, componere versu

frugiferam Cererem sylvula nostra parat.

En tibi flava Ceres donat cum pectine chordas,

en capiti ponit spicea serta tuo,

alma Ceres flava frontem redimita corona,

dirige cantantis dextera vatis iter.

Huc ades aspirans coeptis, dum carmina tento,

pandere triticeas nostra per arva comas.

Rura cano, frugisque simul gratissima dona,

quique serunt agros, moeniaque alta colunt.

Ante cibi fuerant, viridis mortalibus herbae

cornaque, et hirsutis arbuta secta jugis,

nunc teneras malvas, nunc intuba rura legebant

nunc Pyra, nunc plena grandia dona manu.

Castaneaeque, nucesque, ac alta ex ilice glandes

ventribus informem tunc peperere famem...

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categoria:b - dalle origini al xv secolo
venerdì, 27 aprile 2007

Sulpicia Cassoli Vaghi (1501 - 1558)

E' la prima poetessa parmigiana di cui abbiamo reperito alcuni testi, contenuti nel manoscritto Parm. 1198 della Biblioteca Palatina di Parma e riportati da Anna Ceruti Burgio nel suo prezioso volume Donne e poesia a Parma.

Discolto hai, cruda Morte

un nodo maritale, il più soave

che nel girar del ciel Febo scorgesse.

Levando 'l mio consorte

di questa sempre perigliosa nave,

ond' or l' anima pave,

quasi fuori di sé, come volesse

dir: Morte allor m' elesse

ricetto di travagli, affanni e pene,

pace, riposo e meco guerra viene.

Ma quel che tu non vuoi, Amore il vuole,

e a tuo malgrado in ciel vedrò il mio sole.

.

Fuggi, fuggi, alma mia, fuggi lo strazio

e l' iniqua prigion, dove sei posta.

Deh, fuggi del tuo mal sì ben disposta

che resti il tuo Fattor mai sempre sazio.

Fuggi, fuggi, mentre hai il modo e spazio

da prender l' armi, e mentre sei discosta

dai pensier amorosi, a cui non osta

virtù, né forza, sicchè 'l ciel ringrazio.

Deh, fuggi 'l nodo, ove alcun si lega,

non pensa mai ritrarsi a salvamento

che questa fune più stringe e rilega.

Anzi, se presto curi esser felice,

levati dal mio caro tradimento,

che soggiorno qua giù più non ti lice.

Giacomo (o Jacopo) Marmitta (1504 - 1561)

Dedito in gioventù alle "amorose follie" - così riporta Ireneo Affò - viaggiò molto (Venzia, Roma, la Spagna) prima di abbracciare la vita ecclesiastica. divennedo Segretario del Cardinale Ricci da Montepulciano; fu amico di San Filippo Neri, tra le cui braccia morì.

Giacomo Marmitta rimepoesia di Giacomo Marmitta

 

Stassi gravato da la carne, ed anco

dal soave licor ond'egli è pieno

su l'asinello il buon vecchio Sileno,

sostenuto dal destro lato e manco;

chi col braccio il solleva, chi col fianco

gli fa collana, e chi verso il terreno

si piega pur qual uom che venga meno:

tal che ciascun del grave peso è stanco.

Dal viso esce una fiamma, e sonnacchiosi

ha gli occhi sì, ch'a pena gli apre e gira,

di bei racemi 'l crin cinto ed adorno.

Quivi a lui stanno satiri festosi,

e ninfe in cui 'l furor di Bacco spira,

e lascivetti Amor' corona intorno.

Segue un sonetto dedicato al poeta modenese Francesco Maria Molza:

Molza, i' so ben che l'umil voce mia

non s'ode là, dove tu trovi il passo,

fuor di quest' aer tenebroso e basso

per alta, chiara e solitaria via.

Ma 'l cor, che d'onorarti arde e desia,

mi sprona al corso, ond'io rimango lasso,

tenendo, qual vil piombo, legno o sasso

chi la gran somma dei tuoi versi obblia.

Come potrei mostrar quel caldo affetto,

che verso te divien sempre maggiore,

se non col pover mio rozzo intelletto ?

O de la nostra età gioia ed onore

risguarda dunque (io so che alcun mio detto

non vale) al gran desio, ch'infiamma il core.

Gian Girolamo De' Rossi (1505 - 1564)

Figlio secondogenito di Troilo Rossi, Marchese di San Secondo, studiò a Bologna e Padova, conoscendo Piero Bembo che ne ammirò le capacità letterarie; scelse la vita di chiesa e fu Vescovo di Pavia. Per il suo carattere focoso e violento arrivò ad essere incarcerato a Roma in Castel Sant'Angelo.

O felice ombra, che d'intorno aggiri

questa sì gloriosa e nobil tomba,

ascolta or questa, or quell'altera tromba

le lodi alzar de gli alti tuoi desiri.

Odi chiamar con mille bei sospiri

il nome tuo che sì chiaro rimbomba,

e quella pura e candida colomba,

per cui vivesti in sì dolci martiri.

Graditi colli, avventurosa riva,

lauro gentile, e voi ben nate piante,

ch' udiste il suon di quei soavi accenti;

prima saran questi duo lumi spenti,

ch'io non vi onori come cose sante,

e di voi sempre pensi e parli e scriva.

.

Signor, che tempri, e reggi l' universo,

e vedi aperto ciò che altrui si serra,

dopo sì lunga e perigliosa guerra,

ne la qual fui solo a me stesso avverso;

ricorro a te di lagrime cosperso

con le man giunte, e le ginocchia a terra,

chiedendo pur, com' uom che sovente erra,

mercede in quel che fui da te diverso.

In te solo ho speranza, che ogni offesa

perdoni a l' alma,che al disìo fallace

ubbidì allor, che dovea far contesa.

Fa vera in me tu redentor verace

la tua parola di pietate accesa,

che morte no, ma conversion ti piace.

Anton Francesco Rainieri

Segretario del Duca Pier Luigi Farnese, lasciò una raccolta di rime da cui è tratto questo sonetto ispirata da una visita alla dimora parmigiana del Petrarca

Lungo a l' ondoso Taro, onde ne l' oro

spiega i celesti Gigli il mio gran Duce,

Amor m' addusse al nido, ove riluce

la tosca Alma degnissima d' alloro;

l' Alma a noi scesa dal più dolce coro

qui degno d' abitare. Ecco la luce,

che di sé stesso m' empio, e che m' induce

là 'v io nei bei desiri arsa l' onoro.

Petrarca, il vanto a voi dan le Sirene,

a voi cedon le Muse, a voi le cime

piegano i lauri, a voi l' ergon i mirti.

Qui dove già suonar s' udian le rime

vostre, vengon con l' aure ognor serene

ad onorarvi gli onorati Spirti.

Girolamo Pallantieri ( Nato a Castelbolognese 1510-1591)

Girolamo Pallantieri.

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Teologo e letterato di notevole fama, fu amico di molti illustri coetanei tra cui il Duca Ferrante Gonzaga di Mantova, cui dedicò la sua traduzione delle "Bucoliche" di Virgilio. Fece parte dell' "Accademia degli Innominati" di Parma col nome di "Solingo Confuso".

A Pane - Antico Dio dell' Arcadia

Silvestre Dio, che de le Gregge, e insieme

de' lor maestri in prato hai cura, e in bosco:

or, ch' a condur dal Latin suolo, al Tosco

quante altrui capre ha il cor Palantio, e teme;

Deh ! se del suo pensier ti preme,

in sì torto sentier, spinoso, e fosco,

scorgigli il piè, rispondi a la sua speme.

Che s' egli, o Pan, del malagevol preso

cammin, l' irto drappel cantando al suono

de le sue Canne, al fin può trarre illeso;

promette inchino a te con umil core,

di darlo a gloria tua, poi lieto in dono

de i più gentili al più gentil Pastore.

A Muzio Manfredi - il cui nome pastorale è Edreo

Scorto da bel desio, la Greggia altiera

del pastor d' Ocno, a l' alme onde Toscane

dal Tebro, io trassi già per vie sì strane

ch' a pena, stanco, al fin ne giunsi a sera.

Ma perché tosto non languisca, o pera,

di darla a un gran Pastor promisi a Pane:

e 'l fier destin le mie luci lontane

poi tenne ognor de la selvaggia schiera;

a te la mando, Edreo, ch' al Savio in riva,

tuo patrio fiume, illustri in versi ornati

le Reggie, le Città, le Ville, e i Boschi.

Or tu, mentr' io solingo i giorni foschi

varco del patrio suol tra i vespri ingrati

Lei dona a chi del don più degno or viva.

Luigi Borra (1517 - 1545)

Da la più degna idea, col più perfetto

interno, acceso già paterno zelo,

vuolse formar 'l gran Rettor del cielo

a l'alma altiera vostra alto ricetto.

Maggior di questo, a quel sacro 'ntelletto

altro non diè, né men puoteva, un velo

render, né ai servi del Pastor di Delo

impresa tal o così dolce oggetto.

A la creata poi opra sì bella

rivolse gli occhi e' n un desir ardente:

(Amor ver de l' artefice ne l' arte)

- Godi, nuova - gridò - Ciprigna stella,

orta più vaga 'n più pudica mente,

nato è per te più glorioso amante. -

.

Una fiamma ch' eccede ogni gran fiamma

(anchor che fiamma non infiammi fiamma)

con le sue fiamme 'nfiamma ogn' altra fiamma

che sia 'nfiammata e ne la fa sua fiamma.

Io che 'nfiammato mi pascea di fiamma,

(com' huom tenuto a l' amorosa fiamma)

tosto 'nfiammato fui da questa fiamma

né mi voglio 'nfiammar di nuova fiamma.

Fiamma, 'nflammata de la vera fiamma,

infiamma anchor con la pietosa fiamma

la fiamma tua da la mia ardente fiamma,

che 'nflammata non fia mai altra fiamma

come la fiamma mia de la tua fiamma

e 'nflammato sarò d' istessa fiamma.

Antonio Lalatta (m. 1576)

Pensier, che sol di te m' ingombri il petto,

e vuoi, ch' io segua pur chi m' arde e sface,

e perch' io mai non trovi o tregua, o pace,

circondi a la mia lingua un nodo stretto,

vattene, prego, a quel leggiadro aspetto,

in cui natura, ed arte si compiace,

e dì, che chi in amando teme, e tace,

dar non puote d' amor segno più schietto.

Ma se pur brama ancor più chiara prova

de la mia pura inviolabil fede,

miri fiso il mio cor tra le sue chiome.

Conforta il miser, prega lei, che mova

a farmi di sua grazia in parte erede,

sì ch'io non chiami invan l' amato nome.

Lodovico Cavano

Si loquor obscure, confestim culpa parata,

me nescire animi pandere sensa ferunt.

Sin mea conatur dilucida Musa videri,

de minimis rebus surgere possa negant.

Quid faciam ignoro, magnis praemor undique curis.

Difficiles alii sint: ego clarus ero.

Girolamo Bernardi

Non abbiamo alcuna notizia su di lui, se non che era parmigiano e che scrisse l' ode a gloria della famiglia Farnese, di cui presentiamo qualche stralcio, nel 1562.

Fucina di Pindo per li colossi de' Serenissimi Alessandro e Ranuccio Farnese

De l' alto Pindo a le radici siede

caverna nobilissima, e divina,

che d' Omero, e Maron, sel vero ha fede,

efra già splendidissima fucina,

mentre in carmi da lor si componea

il Colosso d' Achille, e quel d' Enea

...

E ch' egli esser dovesse il più bel Giglio

de gran Gigli Farnesi, all' or mostrollo

ch' aquila ria tentò col fiero artiglio

svellere de' suoi Gigli ogni rampollo,

et empia uno n' havea già lacerato

quando a soccorrer quei l' elesse il fato.

Ne la dolce stagion più verde, e bella,

quando i Gigli succedono a le Rose,

longe posava d' ogni fida ancella

assiso al rezzo delle fronde ombrose;

ed ecco vede da feroci artigli

laceri e scossi da gran rostro i Gigli:

lucidamente fosca due grand' ali

dispiegava, anzi due pennute vele,

reina dei volatili animali

l' Aquila superbissima, e crudele

arcato havea de grandi artigli il tronco,

e' l rostro rapacissimo d' adonco.

Vibrava fuori dal gran rostro aperto,

acuta, e sottilissima linguetta

ch' el frettoloso vibramento incerto

simil rendeva a triplice saetta;

e parve, si girò veloce il rostro,

di due teste, e sei lingue essere gran Mostro.

...

Giuseppe Leggiadro Galani

Scarsissime le notizie su questo letterato, che pubblicò nel 1551 un volume in versi intitolato La guerra di Parma, il quale, probabilmente per le grandi invettive inseritevi contro gli Spagnoli, venne tolto dalla circolazione non giungendo sino a noi. Ci sono invece pervenute altre opere, tra le quali la tragedia Didone dalla quale siono tratti i seguenti versi:

Quel che la vaga Fama (relatrice

de i fatti altier, de l' opre clare e belle)

con mille lingue a noi rapporta et dice,

questo facendo e quel gire a le stelle,

scrive la penna mia del ver fautrice,

cagion poscia che altrui dica o favelle:

nè affetion, nè odio, nè mercede

parlar mi fan com' alcun forse crede.

Pomponio Torelli (nato a Montechiarugolo 1539 - 1608)

Discendente per parte di madre da Pico della Mirandola, si formò a Padova e, rientrato a Parma, frequentò la corte di Ottavio Farnese ottenendo importanti incarichi politici, tra cui quello di ambasciatore presso Filippo II di Spagna; passato successivamente al servizio di Alessandro Farnese, divenne precettore del figlio Ranuccio. Giunto questi alla maggiore età, si ritirò nel suo feudo di Montechiarugolo a coltivare le lettere e le arti. Scrisse, tra l'altro, il celebre Trattato del debito del Cavalliero (1596), il Trattato delle passioni dell' animo, la commedia La Merope (1597) e le tragedie Tancredi e Galatea (1603). Esponente dell' "Accademia degli Innominati" di Parma con il nome di "Il Perduto", ne fu uno dei membri più illustri. Fu amico di Giambattista Marino, che fu a lungo ospite nel suo castello, e di Torquato Tasso..

Pomponio TorelliPomponio Torelli Trattao del debito

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Combattuta da l'onde, e quasi vinta

da la tempesta, mia fragile barca,

sprezza il porto sicuro, e innanzi varca,

ove da gli amorosi venti è spinta.

Nè perchè da procelle orribil' cinta

sia, si provvede, o de gli error si scarca;

non perchè chi di lei sedea monarca

mostra la fronte di pietà dipinta;

chiuder non possi la gonfiata vela,

perse l'ancore son, rotto il governo

e pur cresca del mar l'ira e l'orgoglio:

oscura nebbia il ciel mi toglie, e cela

i segni miei, nè alcun rifugio scarno:

tal che di romper temo in qualche scoglio.

Un frammento dalla commedio "Merope"

Le leggi e 'l giusto, di che tanto parli,

e per parlarne assai poco ne intendi,

non hanno sovra i principi potere

che mal si converria, s' essi le fanno,

ch 'essi all' opera lor fosser soggetti.

Ma quella legge che in diamante saldo

scrisse di propria man l' alma natura,

sola può dare e variar gl ' imperi.

Per questa sola tremano i potenti,

a questa sola ogni gran re s' inchina.

Un frammento dalla tragedia "Tancredi":

(Herminia)...

Appresso, i' spero ancor che venirete

la notte in sogno spesso a consolarmi;

ch'egl'è piacere assai vedere in sogno

cosa che s'ami e che ci sia negata.

Così passerò il tempo, in fin che giunga

quel disiato dì che a voi mi meni.

In questo meco ivi m'aspetterete.

Et io curerò poi, quando ch'io muoia,

ch'un medesmo sepolcro ambe noi chiuda

acciò che stiano eternamente insieme

i corpi in terra, e l'alme in Paradiso.

L' inizio del "Prologo" della tragedia Galatea:

Questi coturni miei, che 'l minio tinse,

e con vari fogliami adorna l' oro;

la veste, che simiglia un verde prato,

sparsa tutta di gocciole di sangue,

e qual novo troffeo fregiata intorno

di corone spezzate, e scettri rotti;

de la mia testa l' ornamento altiero,

ne la qual, non le gioie, non le perle:

ma ne le chiome son le stelle inserte;

il Sol, che mi lampeggia ne la fronte;

lo sguardo in sè ristretto, il parlar grave;

e gli atti schifi; e 'l passo tardo e lento,

a quei gentili spirti, a' quai sol calse

d' honor, che trionfar d' horridi mostri,

ch' arricchiti di senno, e di valore,

fero in pregio salir Roma, & Atene;

tosto palese farmi, e conosciuta

potrebber per colei, che 'l riso in pianto

de gli Heroi volge, & ne l' essequie il fasto;

che de' triranni è regno, e gloria, e nome

egualmente disperde, e le radici

svelte di lor grandezza al mondo mostra;

come squallida sterpe d' elce annosa

scuopre del Sole i raggi Euro adirato. 

Che non per odio altrui, non per disprezzo

con saldo piè, qual passeggiera calca

queste vane speranze; ond' i mortali

son sottoposti a i lacci, a i gioghi, a i ceppi,

fatti preda di morte e fama rea;

ma vaga di sgravar l' alme dal peso,

che le fa gir per forza a terra chine,

per certa via, nonchè sassosa, & erta,

di sospiri, di lagrime, e di guai

da pietà generati, e da spavento,

per quel sol ben, che più nel mondo huom brama,

la mena a riveder l' aer sereno.

Già fur di fele sparsi i detti miei

graditi a quelle menti, che d' altezza

ebre gustar ne la radice il mele.

Già fu, chi m' ebbe cara, e da potenti

popoli, e da color, ch' ebbero il freno

de le Cittati in man, fui riputata

dei teatri magnanima Regina

hor' un favoleggiar soave, e piano

con lusinghiere voci tiranneggia

l' orecchie sì, ch' io violenta, e dura

stimata sono, e indomita, e proterva.

De l 'altrui colpa ingiusto biasmo merco

e de l' affaticar, ond' altri il vero

abbracci, e lasci l' ombre fuggitive

il guiderdone è l' essere schernita

da chi non può mirar con gli occhi loschi

quel Sol, nel qual sempr' io le luci ho fise.

Infine, a mo' di postilla, questa lirica - originariamente scritta in latino - molto nota nel parmense in questa traduzione di Giorgio Cusatelli:

La macellazione del maiale

Si butti legna al fuoco.

Già trascinano il porco che grugnisce

invano ed il colpo mortale

accoglie il cuore e vomita la vita.

le setole cadranno

con l'acqua calda - vedi com'è candido ? -

e tosto dal sangue vermiglio

si riempirà il flessibile budello.

Tu prepara le spezie

ed il pepe e gli aromi forestieri

e fa venir qui le ragazze,

che smettano le solite faccende.

Si cingano il grembiule

ed incominci l'opera festosa.

Appenda la prima i prosciutti

e un'altra sparga il sale sulle carni

e si riponga il lardo

e il fegato si avvolga nella rete

ed empia un gran fuoco spavaldo

di fumo e d'allegria tutta la casa.

Per me riserba i ciccioli,

a quel profumo ghiotto la vicina

- soltanto che un poco l'annusi -

trangugerà invidiosa l'acquolina.

Intanto si banchetti,

si beva spensierati il vino nuovo,

nè manchi un amore leggiadro,

finché le membra non invada il sonno.

L' "Accademia degli Innominati" venne fondata nel 1574 da Eugenio Visdomini e Giulio Smagliati. Erano gli anni in cui si stava consolidando il potere farnesiano, politicamente nuovo e alla ricerca di una propria identità culturale. Lo stesso Ranuccio Farnese vi fu iscritto sin da bambino col nome di "Immutabile", per assumerne poi la carica di "Principe" nel 1586. Annoverò tra i suoi membri poeti e letterati illustri, anche di altre città, come Angelo Ingegneri,  Bernardino Baldi, Tarquinia Molza, Giambattista Guarini (Il Pellegrino), fino agli amici di Pomponio Torelli, Torquato Tasso - che fu espressamente invitato dal Duca Ranuccio Farnese - e Giambattista Marino. Il Torelli fu certamente il membro più attivo e diede la sua impronta all'Accademia, nell'ambito della quale si sviluppò un ambizioso progetto collettivo filosofico ed estetico teso ad elaborare una definizione teorica e artistica delle forme "nobili" della letteratura: lirica, epica, tragedia, pastorale. L' emblema dell'Accademia consisteva in una pianta d' alloro alla quale era appeso uno scudo bianco ed il motto virgiliano "Famam Extendere Factis". Alla morte di Pomponio Torelli, nel 1608, l' "Accademia" entrò in una fase di decadenza, e non se ne ha più notizia dopo il 1618.

Claudia Noceti Visdomini (1550 - ?)

Moglie di Eugenio Visdomini, che fu uno dei fondatori dell'Accademia degli Innominati assieme a Giulio Smagliati, ne condivise la passione letteraria etrando a far parte della medesima Accademia e tenendo nella sua casa una sorta di "salotto letterario" ante litteram.

Roco a spiegare i foschi umani amori,

consorte, sei, ma i parti alti e lucenti

virginali, con nuovi almi concenti

canti, eguale a' superni incliti cori.

Felice te, cui sì pregiati onori

il Ciel donò, che l' Aria intenta, e i Venti

stanno a' quei sacri, e fortunati accenti,

che da te, nobil Cigno, escono fuori.

Felice ancor viè più d' ogni altro fiume,

la fida Parma, e' l ricco illustre Tago,

che accolti stan ne' tuoi vivaci carmi.

Ma più felice me, che al chiaro lume

del tuo sommo valor lieta m' appago,

né al Re di Caria invidio i bronzi e i marmi.

Muzio Manfredi (nato a Cesena, XVI° sec)

Operò presso numerose corti, tra cui quella di Mantova. A Parma fece parte dell'Accademia degli Innominati con nome di Edreo, e sempre a Parma pubblicò, nel 1580, il volume Le cento donne cantate,poesie dedicate alle donne celebri del suo tempo.

A Laura Peverara

L' aura, che mossa a voi d' intorno e gira

col Nome vostro in questa parte, e in quella,

tal vi dipinge valorosa e bella

ch' indarno ogni altra a cotal merto aspira.

Dice: Beato è ben chi lieto mira

le meraviglie nove accolte in ella.

Nobil fanciulla sembra: e Dea novella

è certo, e tal, ch' infino il Ciel l' ammira,

move da gli occhi e dal suo canto Amore

foco divin, ch' altrui può far felice:

se danza, o suona, ivi se stessa accende.

Quand' hebbe il Mincio mai simile honore ?

E quando il Mondo ? O vera, alma Fenice,

te la tua propria gloria eterna rende.

A Claudia Noceti Visdomini

Ben chiude in sé valor sovrano e chiaro

per farne a tempo gloriosa mostra

Claudia, chi 'l Nome e la bellezza vostra

porta nel cuore, ond' è pregiato e raro.

Ché voi di grazie tai le stelle ornaro

che n' è lieta e superba l' età nostra,

senza quello, ch' in voi Febo dimostra,

onde a pena con voi Clio s' alza a paro.

S' alcuno è degno ch' altri il canti e loda,

loda è sapere altrui lodar cantando,

e voi, degna di canto, altrui cantate.

Or quale è degna di voi loda ? E quando

fia, che dal Mondo almen parte n' habbiate ?

Ahi, come spesso l' altrui merto si froda

Fortuniano Sanvitale (1565 - 1627)

Fortuniano Sanvitale.

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Figlio naturale di Giberto IV Sanvitale. Scrisse Gli avvenimenti amorosi di Arianna (1600), da cui è tratto questo frammento:

...

Bacco seguito da sì liete squadre

vede Arianna bella: ma dolente.

Stava sola, e piangendo: al primo sguardo

Amor gli aventa un suo dorato dardo.

Io sono il Dio di Thebe se no' l sai

(Gli dice Bacco) a cui di te ben cale,

tratto dal suon dei tuoi dolenti lai

apporto medicina a sì gran male;

udita ho la cagion de gli alti guai,

e so chi fosse l' infedele, e quale;

ma ecco (ohime) mentre vo darti aita

mi vien da tua beltà dolce ferita.

E mi legano già tue trecce bionde

(Bella Arianna) strettamente il core;

Cupido vi s' annida, e vi s' asconde;

vedi come esce in sù la fronte fuore,

e come egli entra ne belli occhi, donde

gli strali aventa, e l' amoroso ardore.

Se quelli mi piagar, questo l' infiamma,

e per te mi distrugge a dramma, a dramma.

Un Etna o fatto alma Cretese il petto,

che manda al Ciel mille sospir cocenti;

da te soccorso a tanto incendio aspetto,

cui spegnere non ponno, o pioggia, o venti,

ne fieno i tuoi disir vuoti d' effetto

se in gioia di cangiar brami i lamenti;

con questo dire il Dio lei assecura,

che rispose fra speme, e fra paura.

Nume gentil, cui tutto il mondo honora,

poi che tanta di me t' assal pietate,

sappi che 'l mal presente hor mi si accora

ch' i temo ancor di nova crudeltate,

e se ciò mi sovrasta, Morte hor hora

spegni questa dannosa mia beltade.

Ma se di darmi aita hai pur nel core,

rendi a Donna tradita il tolto honore.

La bella Donna, e de l' amor